In una famosa frase, Nietszche scrisse che "i fatti proprio non esistono, bensì esistono solo interpretazioni". Se non c'è più una realtà oggettiva, se non c'è quindi una verità da cercare, qualsiasi interpretazione può essere ritenuta valida al pari delle altre.
E ognuno può dare una propria interpretazione senza dover fare alcuno sforzo per dimostrarne la veridicità o la vicinanza alla realtà. Ognuno può pensare in sostanza quello che vuole, senza timore di smentita e senza necessità di discussione. E qualsiasi interpretazione, quella dell'uomo di internet o quella del filosofo, hanno pari valore.
Se guardiamo il dibattito di questo ultimo mese la contrapposizione non è tra sinistra e destra (classica divisione dello spazio politico), non è tra chi vuole la guerra e chi no (questione che passa in secondo piano, sempre che possa essere posta), o quella tra filo russi e filo occidentali (termini diventanti una caricatura ai fini dell'insulto e della delegittimazione dell'avversario). La vera divisione è tra chi cerca di spiegare e di avvicinarsi alla verità e chi difende la propria interpretazione immediata. In sostanza è una divisione tra chi cerca faticosamente di razionalizzare la realtà, cosciente che la verità non è a portata di mano, ma serve un duro e lungo sforzo (e collettivo) di comprensione; e chi invece segue l'idea nietszchiana in favore di un'equipollenza di qualsiasi interpretazione senza bisogno di giustificarne o dimostrarne la vicinanza alla verità.
Da una parte la razionalità che cerca, prima di giudicare moralmente i fatti, di spiegarli e capire le dinamiche. Dall'altra chi, non necessitando del passaggio razionale, oppone alla razionalità, il giudizio morale immediato. Poiché le interpretazioni però non sono equipotenti, conseguenza della non equipotenza dei soggetti che le pensano, alcune interpretazioni si impongono sulle altre, non in base a un criterio di maggiore verità, ma sulla base della maggiore forza. In una società in cui esistono poteri forti e poteri deboli, l'interpretazione maggioritaria sarà quella di chi dispone degli strumenti maggiori per diffonderla. Così avviene che molti di quelli che sono convinti di essere dei geni della rete e di avere scritto un'interpretazione geniale con cui condannare moralmente il nemico, sono di fatto solo l'eco sbiadito di una interpretazione elaborata altrove, anche quando questi si sentono liberi o più liberi degli altri. I social aiutano molto a costruire questa situazione in cui vi è la compresenza di una sola interpretazione imposta e la sensazione di libertà e di autonomia nella valutazione.
Questo lo avevamo già visto durante la pandemia, quando la parola di persone che avevano passato la loro vita a studiare medicina e nello specifico quelle branche utili durante la pandemia, venivano derise da una parte importante delle popolazioni occidentali, composte da individui convinti di poter interpretare la realtà senza bisogno di alcuno sforzo. Ma soprattutto che la loro interpretazione valesse quanto quella di importanti studiosi di medicina e di epidemiologia. Ora invece lo scontro è tra chi cerca di spiegare le dinamiche della guerra e chi ritiene questo inutile se non dannoso. Il caso di Orsini si basa su questo: da una parte un tentativo di razionalizzare, dall'altro il rifiuto e la condanna da parte di persone che non si sforzano nemmeno di provare a dimostrare le proprie affermazioni. Lo stesso avviene in tante discussioni on line, o negli articoli di giornale o nei dibattiti televisivi. E' da notare che i ruoli sono purtroppo intercambiabili: chi sosteneva i professori durante la pandemia contro i no vax, si trova oggi a condannare il tentativo di razionalizzare Orsini. Segno che vedeva nei professori non una ricerca di verità, ma solo una interpretazione alternativa a cui aderire. Così se i no vax erano prevalentemente a destra, oggi è la destra a cercare di razionalizzare la guerra. Segno che la divisione è trasversale agli schieramenti destra sinistra, atlantici o meno (Orsini è sicuramente schierato con il lato atlantista del mondo).
Il problema è che la realtà però ritorna, anche quando non la si cerca o la si ignora.
Bucha ha creato un'ondata di sdegno. Uno sdegno che ha colpito ancora più forte quelli che hanno cercato di capire, coscienti che in guerra prevale la propaganda dai due fronti. Viene rifiutata l'idea di una commissione di inchiesta, in favore di una realtà evidente. Anzi autoevidente. Non è necessario perdere tempo nella sua ricerca.
Però attenzione. Perché dopo lo sdegno viene l'impegno. Se Bucha non richiede alcuna spiegazione o la ricerca della verità e quindi dei colpevoli, se tutto è evidente e lo sdegno unanime, l'unica conseguenza è l'impegno. Non essendoci spazio per alcun piano razionale, esistendo solamente quello morale, diviso tra buoni e cattivi, del Bene contro il Male, la logica conseguenza è prendere parte. O meglio, partire. Per il fronte.
Questa è la dura realtà che torna. Al fronte si scopre che non è vero che "la guerra è bella anche se fa male", che non ci sono buoni e cattivi, ma che siamo tutti cattivi, che il bene e il male sono intrinsecamente legati. Ma lo scopriremo sulla nostra pelle. Attenzione perché dietro Bucha c'è il rischio di una generalizzazione della guerra in Europa.
Commenti
Posta un commento