Si dice: " La riforma del Titolo V ha generato una forte conflittualità tra Regioni e Governo" riferito al continuo scontro tra Presidenti di regione (ridenominati governatori come fossimo uno stato federale) e il Governo Conte sulle decisioni di chiusura. Una situazione che continua dal Marzo scorso.
E' vero. La riforma del Titolo V modificò l'assetto dello stato ampliando a dismisura i poteri e i mezzi delle Regioni e attribuendo loro competenze che una volta erano statali (proprio perché coinvolgevano temi che andavano al di là dei confini regionali). Tipo la sanità. Fu una riforma approvata a maggioranza (creando un precedente) a fini elettorali (creando un altro precedente) per assecondare una corrente antiunitaria e anti costituzionale di destra (la Lega Nord secessionista di Bossi) che all'epoca aveva un certo seguito nel paese. Rutelli chiese strumenti per fare campagna elettorale e glieli si diede. Non essendoci più ideologie ed essendo la permanenza al governo l'unico obiettivo, per avere il 50% bastava sostenere quello che il 50% della gente pensava, foss'anche di destra. Niente ideologie, niente battaglia nella società. Difatti persero le elezioni. Ricordiamo che questi sono gli stessi che il 25 Aprile depongono i fiori piangendo e giurando di difendere la Costituzione.
Certo quella riforma fu un disastro, ma di per sè la cosa non basta a spiegare la conflittualità Stato Regioni. Se infatti esistesse questa struttura costituzionale ma ci fosse accordo tra Regioni e governo sulle chiusure, non ci sarebbe conflittualità. Allora da dove nasce questa?
I Presidenti di regione sanno bene che il loro ruolo (visti anche i poteri e i fondi che amministrano) è un trampolino di lancio per la Presidenza del Consiglio. Al contempo sanno bene "chi comanda". Per questo da Aprile in poi hanno fatto a gara a chi si faceva migliore interprete della Confindustria locale. Da servi scemi addirittura prima che questa si esprimesse. Sono di fatto diventati dei "sindacalisti" delle Confindustrie regionali per mostrare quanto sono pronti ad assecondare le loro richieste. Presidente di regione più filoconfindustriale uguale prossimo Presidente del Consiglio.
E così, mentre il governo riapriva gradualmente le cose, loro hanno fatto sempre quelli del "più uno". Sono stati quelli che hanno spinto per riaprie le discoteche a Luglio e gli stadi a settembre. La riviera chiedeva turisti, l'autodromo le corse, il campo i calciatori, i giocatori di basket, i bar volevano clienti. Se il governo prudentemente concedeva uno dopo una mediazione nazionale con la Confindustria, subito venivano fuori i "governatori" a concedere o richiedere due o tre, come a dire "se ci mettete me, avrete molto di più". La salute delle persone, a parte la retorica, non faceva parte del contendere. Come dimostrato dalla Lombardia a Febbraio e Marzo, alla Confindustria non interessa. Figurati a chi ha tagliato la sanità per 20 anni.
Il vero problema della conflittualità è dato dalla gara dei vari presidenti a chi rappresenta meglio Confindustria a fini di carriera personale. Le ideologie sono passate, la carriera loro resta.

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