Bagnai è, per suo essere sociale, rappresentante cosciente di quel ceto medio schiacciato dagli ultimi 20 anni di sviluppo capitalistico. Su questo, io rileggerei Gramsci. Il passaggio dei ceti medi in crisi verso la destra, pur mantenendo tracce della vecchia cultura di sinistra non è cosa nuova.
Ma l'affare Bagnai denuncia anche la mentalità di tanti economisti di sinistra. Chi lo critica infatti non vede che la scelta di tanti suoi colleghi è quella di restare all'interno della propria torre d'avorio della ricerca accademica solitaria, sicuramente affascinante, ma assolutamente ininfluente sugli equilibri sociali.
Quanti di loro accetterebbero di diventare militanti di un partito, quindi di elaborare proposte e analisi che abbiano poi le gambe su cui camminare, cioè fare egemonia e cercare di incidere veramente nell'ideologia dominante e negli interessi costituiti? Questo richiederebbe di lasciare da parte una parte della propria "libertà", di partecipare a un organismo e a un dibattito in cui non sempre esprime il proprio punto di vista (a volte solo parzialmente, altre volte per niente). Di contribuire alla costruzione di un partito che può anche prendere direzioni che non si condividono, o fare errori che si ritengono gravi. Nessuno di loro accetterebbe di andare tra i colleghi a sostenere queste posizioni o di andare in televisione per diffonderle (anche perché le televisioni, a quel punto, cesserebbero di mandare gli inviti in trasmissione).
Purtroppo, tranne rare eccezioni, tutto questo non avviene. Viene ritenuto una perdita di tempo, un vincolo alla libertà assoluta per l'economista di dire quello che pensa sempre e comunque e in definitiva una cosa adatta a menti meno eccelse della sua. Quando tale partito ci sarà, allora lui vi aderirà (sempre mantenendo la propria assoluta libertà). Nel mentre meglio dedicarsi a libri e convegni.

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